Calo della fertilità: perché succede?

Sterilità

Il progresso culturale femminile e la loro crescente partecipazione lavorativa costituiscono delle importanti conquiste verso l’emancipazione delle donne nella gran parte dei Paesi occidentali. Una parte di questi cambiamenti della società ne hanno determinato altrettanti nella vita riproduttiva, come la consapevolezza di scegliere una vita senza figli, di posticipare una gravidanza, di ridurre drasticamente il numero di figli per coppia e delle conseguenze che hanno l’aumentata incidenza di divorzio e del successivo matrimonio sulle capacità riproduttive residue.
Questi cambiamenti demografici hanno il loro inizio dalla fine degli anni’60. Un prerequisito essenziale per la cosiddetta “seconda transizione demografica” fu l’introduzione di realistiche e ben tollerate metodi contraccettivi, che hanno condotto verso un cambiamento radicale nella vita riproduttiva.
Per la prima volta nella storia, il legame tra sessualità e riproduzione si ruppe. Avere bambini diventò non più un inevitabile destino biologico della donna, ma un obiettivo per cui avere un’attenta considerazione, non più primario nelle scelte di vita; si decideva così anche di non avere figli e, qualora si fossero desiderati uno o più figli,se ne ritardava il loro concepimento. Attualmente un numero sempre crescente di donne decide in giovane età di non avere bambini, ma spesso cambia idea con il passare degli anni. Altre donne ritardano deliberatamente una gravidanza in un periodo della loro vita nel quale avere un figlio sia più compatibile con il loro stile di vita. Secondo i dati ISTAT, il tasso di fecondità (numero medio di figli per ogni donna tra i 15 ed i 49 anni) in Italia è in rapido decremento, attestandosi a 1,34 nel 2005. In Italia l’età media delle donne al primo figlio è aumentata da 25,2 anni del 1981 a 30,9 nel 2005, mentre sono in aumento le gravidanze di donne di oltre i 35 anni.
Sia l’uso su larga scala di metodi contraccettivi, sia la popolarità crescente delle tecniche di riproduzione assistita hanno dato l’impressione che la fertilità femminile possa essere manipolata in accordo ai desideri della donna, indipendentemente dalla sua età. E’ quindi il progressivo invecchiamento riproduttivo dovuto al posticiparsi del momento del concepimento che contribuisce principalmente all’aumentata incidenza di infertilità non desiderata fino al raggiungimento della menopausa, l’evento finale riproduttivo, il segnale della definitivo esaurimento del pool follicolare primordiale. E’ l’unico evento nel susseguirsi dei cambiamenti che coinvolgono l’invecchiamento ovarico il cui inizio può categoricamente essere determinato in ogni singola donna. La determinazione delle età e dei periodi della vita riproduttiva precedenti alla menopausa sono astrazioni retrospettive da numerosi gruppi di donne e in relazione alla loro età media. L’età media della menopausa è di 50-51 anni nei Paesi occidentali, con una grande variabilità dai 40 ai 60 anni. Poichè l’invecchiamento riproduttivo è generalmente determinato da un graduale declino della quantità e della qualità del (pool ovocitario), tutte le fasi precedenti della vita riproduttiva iniziano e durano in maniera differente da donna a donna, cosicché l’inizio anticipato della menopausa è associato ad un precoce inizio di subfertilità, sterilità e transizione verso l’irregolarità mestruale e vice versa. In uno studio indipendente si è dimostrato che l’intervallo di tempo tra l’inizio delle irregolarità mestruali e l’età alla menopausa sembra essere sempre di 6-7 anni. La variabilità dell’età in cui sopraggiunge la subfertilità, non può essere determinata da dati scientifici, perché i markers che definiscono la sottile differenza tra la fertilità e l’inizio della subfertilità non esistono. Comunque, è molto plausibile che l’inizio del declino della fertilità, così come le fasi seguenti, dipende anche dalla grandezza del pool ovocitario residuo in ogni fase della vita riproduttiva. A causa della grande variabilità dell’età nelle fasi dell’invecchiamento riproduttivo, non è l’età cronologica di una donna, ma il periodo di tempo che intercorre prima dell’inizio della menopausa, a stabilire la durata della sua vita riproduttiva.
Nell’ultimo decennio l’aumento dell’età media delle donne che hanno concepito spontaneamente è stata accompagnato da una percentuale crescente di donne che si sono sottoposte ad un trattamento per la sterilità in età più avanzata. È logico supporre che ci saranno delle ipotesi basate sull’evidenza scientifica nel predire il corso dell’ invecchiamento riproduttivo, solo quando ci sarà una migliore comprensione della natura della sottostante variabilità genetica. La rapida evoluzione della genomica e della tecnologia proteomica ha aperto la strada allo studio dell’ invecchiamento riproduttivo ad un livello che permetterà di distinguere quali fattori sono coinvolti nel principio di causa ed effetto. Tali sviluppi potrebbero portare indietro al metabolismo degli ormoni e fornire nuovi spunti verso un direzione diversa. Tuttavia, per raggiungere questi obiettivi saranno necessari alcuni cambiamenti radicali nel modo in cui gli studi di ricerca sull’infertilità possano essere condotti in futuro. L ‘enfasi dovrà allontanarsi da un ambiente proiettato verso la clinica verso uno in cui biologi molecolari dovranno fare uso dell’enorme numero di tecniche di genomica e proteomica attualmente disponibili, al fine di studiare specifici e fondamentali aspetti del processo d’ invecchiamento ovarico. Il ruolo principale dei medici sarà quello di stimolare l’interesse dei biologi molecolari sulla rilevanza clinica e l’importanza scientifica di tali ricerche.
L’obiettivo iniziale dell’ applicazione clinica delle informazioni derivate da questi studi sarà quello di costruire le “impronte digitali” del DNA per identificare quali donne abbiano una predisposizione ereditaria ad un’infertilità precoce o tardiva . Ciò consentirebbe alle donne di fare una scelta più consapevole sulle eventuali conseguenze di posticipare la maternità.
Nel lungo periodo, tali informazioni potrebbero anche essere utilizzate per progettare farmaci capaci, in aggiunta alla loro azione contraccettiva, di ritardare il processo di esaurimento follicolare.